di Vincenzo Ercole, 9/2/2010
Editoriale
Una donna per amico
Il videogioco nel rapporto di coppia.
Chissà a quanti sarà capitato di pensare "quanto sarebbe bello avere una fidanzata appassionata di videogiochi". Una persona con cui condividere, oltre un rapporto d'amore e le esperienze della vita, le ore che settimanalmente spendiamo davanti a un monitor, allo schermo della televisione o di una console portatile. Automaticamente viene da sospirare, sarebbe bello sì, ma perché?
Mi domando se a prevalere sia il desiderio di condividere un'esperienza o la prospettiva di poter essere lasciati in pace mentre giochiamo. Inutile nasconderlo, il pericolo più grande a cui noi giocatori irriducibili andiamo incontro, quando ci leghiamo più o meno stabilmente a un esponente del genere femminile non giocante, è di essere privati del tempo necessario da dedicare al nostro hobby.
Le donne sono particolarmente abili nel catalizzare le nostre attenzioni, raramente sbagliano e si divertono nel farlo: sembra essere il loro passatempo preferito. A volte mi viene da pensare che considerino l'uomo in funzione della loro stessa esistenza. L'uomo è ciò per cui non smettono mai di essere belle, proprio per questo lo desiderano sempre intorno, costantemente presente, pronto a eseguire ogni loro richiesta. Pensiamo al rapporto che si instaura tra la Rosa e il Piccolo Principe, nel racconto scritto da Antoine de Saint-Exupéry: l'equilibrio è delicato, quando la Rosa esagera con le sue richieste, il Piccolo Principe se ne va dal suo pianeta. Dire "ti amo" non basta più a trattenere il fuggitivo, giusto a instillare nel cuore un piccolo seme. Quello che costringerà il Principe a tornare.
Anche la nostra compagna desidera essere vezzeggiata e accontentata: il cinema, la cena fuori, le serata con gli amici, le coccole, altre coccole, ancora coccole, l'aiuto nelle pulizie, la gestione della casa, la crescita dei figli, le spese e via di questo passo… decine di piccole cose che costruiscono una vita insieme. Nulla di male in questo, l'unione tra due persone si salda proprio dandosi all'altro senza sosta, lasciandosi addomesticare, ma il problema per noi giocatori è che i ritagli di tempo da dedicare alla nostra passione si assottigliano sempre più e rischiano pure di essere osteggiati dalla partner. Non ci può sopportare mentre ce ne stiamo lì a giocare beati. Fa di tutto per farci notare il suo disappunto: passa con l'aspirapolvere sotto i nostri piedi, stacca casualmente (o forse no) il filo della console, ci parla di questioni delicate e urgenti (alle quali non possiamo evitare di prestare attenzione, se non vogliamo innescare una lite colossale), si lamenta, fa le moine, sbuffa, se ne va, ritorna, se ne va ancora e chissà cos'altro… fino a quando, ormai stremati, stacchiamo le mani dal pad e ci rivolgiamo a lei per sapere cosa effettivamente voglia. Quasi sempre un emerito niente se non, per l'appunto, riportarci dritti all'ovile.
La cosa buffa è che il tempo che riusciamo a dedicare al videogioco non è più una nostra conquista, ma una loro concessione. Sono le nostre compagne a stabilire quando e quanto possiamo giocare. Ci mettono sotto libertà vigilata e sono tanto abili da non lasciarcene accorgere: "Amore, ti spiace se stasera gioco?".
D'accordo, quella descritta è una situazione limite, forse paradossale. Ognuno di noi sarà stato più che bravo nel far capire alla rispettiva compagna quanto sia importante giocare, passare del tempo in modo spensierato, rilassarsi, ecco, soprattutto rilassarsi. Perché le donne non riescono a rilassarsi? Me lo chiedo. Certo è una domanda superficiale, troppo generalizzata. Non possiamo pensare che ogni donna presente sulla faccia della terra sia una nevrotica incapace di staccare la spina, sempre determinata a perseguire uno scopo e radicalmente decisa a definire una perdita di tempo tutto ciò che non è produttivo o rivolto a un fine preciso. No, sarebbe veramente ingenuo e ingeneroso: un'appendice di pensiero maschilista. Però non posso fare a meno di pensare che la tendenza al fare della maggior parte delle donne sia più forte di quella degli uomini. Quando entrano in azione non si fermano più e sono in grado di gestire nella stessa giornata il peso del lavoro, le questioni domestiche, i problemi dei figli e le esigenze di mariti spesso poco inclini ad aiutare. Come ci riescano lo sanno solo loro. Forse è una questione di educazione. La mia ragazza mi suggerisce che, a differenza di noi maschi, le femminucce fin da piccole vengono tirate su con un forte senso del dovere, una spiccata propensione alla rinuncia e un impareggiabile fiuto nel distinguere ciò che è utile da ciò che non lo è. Sarà anche per questo che le ragazze raramente spendono il loro tempo con i videogiochi?
Perché diciamolo: i giochini sono una perdita di tempo e costano una barca di soldi. Le donne non ce lo rinfacciano apertamente, troppo rischioso, rischiano di indispettirci, però sono abilissime nel farcelo capire e nel risvegliare i nostri sensi di colpa. Perché noi, magari nel profondo, un po' in colpa ci sentiamo, inutile negarlo. Questo è il nostro punto debole ed è fin troppo visibile ai loro occhi.
Torniamo a monte. Una fidanzata che sappia apprezzare la nostra passione parrebbe quindi un piccolo sogno che si avvera: possiamo continuare a giocare fino a novantanove anni senza problemi, artrite permettendo. Ma siamo proprio sicuri che sia vero? Una domanda mi sorge spontanea: a che livello deve essere l'interesse della nostra ragazza?
Vado per ipotesi. Ne immagino una che non abbia mai giocato, ma che voglia avvicinarsi al videogioco per starci vicino e condividere i nostri interessi. Desidera partecipare, sperimentare, capire e imparare. L'idea sembra allettante. Siamo presi dallo spiegare come funziona questo, quell'altro e dal raccontare centinaia di aneddoti e piccole storie: ci sentiamo dei maestri e godiamo nel mostrare le nostre abilità. L'idillio, però, dura poco e rischia di assumere presto contorni sconfortanti: la ragazza comincia a monopolizzare il nostro tempo, pretende di giocare solo a ciò in cui si sente brava, opta per i titoli in cui si possa rivaleggiare, non la smette mai di sfidarci, almeno finché non ha dimostrato di essere alla nostra altezza, si lamenta se perde e ci dà degli insensibili. Siamo costretti a farla vincere e a subire la sua incontenibile esultanza. Per carità, cambiamo ipotesi.
Meglio immaginare una ragazza che sappia già giocare, un'appassionata insomma. Se poi bazzica pure in qualche forum è il massimo. La prospettiva si fa subito interessante: possiamo discutere della materia, fare acquisti di comune accordo, progredire insieme in un gioco e quant'altro. L'importante è che ci siano almeno due televisori in casa, in stanze separate e possibilmente non comunicanti. Mica potremo giocare sempre insieme, no? Ognuno ha diritto alla sua fetta di gioco in solitario e a coltivare i suoi generi preferiti! E poi, a dirla tutta, molti di noi preferiscono giocare da soli, di notte, il silenzio fuori, la musica nelle orecchie sparata dalle cuffie; ci piace lasciarci andare a TIC e contro TIC, gesti scaramantici, esultanze assurde o balli tribali con un visore notturno ficcato in testa… roba da ultimo stadio, che se la ragazza ci vede, per quanto giocatrice, ci pianta all'istante. E poi… e poi c'è la questione della collezione, ecco. Che se lei non è fanatica quanto me nella cura delle confezioni se lo può scordare di toccare i miei pargoletti! "Tu hai i tuoi giochi, io ho i miei", le dico, patti chiari e amicizia lunga. Altrimenti letti separati e buona notte al secchio. E che diamine! Mica l'ho creata dal niente, io, la collezione…
Ok, mi sono lasciato andare a paranoie personali, ma questa ipotesi si è trasformata in un incubo: io a lavare, stirare e pulire per terra, mentre la mia ragazza gioca con i miei videogiochi.
"Ci sono anch'io!" urlo arrabbiato, ma lei non mi bada.
Un capovolgimento di situazione che ci fa pensare a quanto possa essere frustrante vedere qualcuno giocare per conto suo, senza prestare attenzione a quello che accade intorno.
Oddio, Vincenzo, un po' borderline tutto il discorso, eh! Per fortuna tra gli estremi bianco/nero c'è un'infinita tonalità di grigi