di Francesco Destri, 16/2/2004
Anteprima
Space Invaders Anniversary
Gli alieni stanno sbarcando sul nostro pianeta e nei panni di un valoroso astronauta dobbiamo distruggerli a bordo di una piccola astronave. Riusciremo a salvare la Terra con il solo aiuto di un cannone laser e di una pedana mobile sotto ai nostri piedi? Nel lontano '78 Toshihiro Nishikado pensava di si e ora tocca a noi scoprire se barava o se diceva la verità. Vada come vada, la sua idea ha fatto la storia dei videogiochi...
La storia dei videogiochi non si può certo definire lunga, ma nei suoi oltre vent'anni di vita ha visto così tanti cambiamenti (e incrementi) da poterla considerare come il fenomeno di costume e di divertimento di massa più vasto e articolato che sia mai esistito. Dalla prima console casalinga (l'Atari VCS 2600) al primo "computer" di massa (il Commodore 64), passando per le varie incarnazioni dello Spectrum, dell'Amstrad, dell'Amiga e delle decine di console che si sono avvicendate con alterno successo negli ultimi quindici anni, si contano decine di migliaia di titoli che in un modo o nell'altro hanno contribuito a creare dal nulla un vero e proprio fenomeno industriale e a formare (anche se con la maledizioni di sociologi) la cultura di milioni di giovani sparsi per il mondo. E' per questo che ogni tanto è utile rivangare il passato, andando alla ricerca di quei titoli che hanno contribuito a creare il fenomeno videoludico, un po' per far conoscere ai meno giovani quello che incolpevolmente si sono persi, un po' per capire più a fondo l'evoluzione tecnica e stilistica di un'arte che al giorno d'oggi ha raggiunto livelli di complessità tali impensabili fino solo a dieci anni fa.
I MITICI ANNI '70
Tutta questa premessa sia per far capire che il titolo in questione non può essere esaminato con i classici parametri che usiamo di solito per sezionare tutti gli altri videogiochi, sia per omaggiare con il dovuto rispetto un vero e proprio capostipite videoludico senza il quale forse non saremmo nemmeno qui a parlare di videogiochi. Le origini di Space Invaders sono infatti da ricercarsi nella fine degli anni '70, quando il successo di Pong (e anche in questo caso ci vorrebbe un'utile paginetta di storia) portò un programmatore della Taito specializzato nella costruzione di flipper (tale Toshihiro Nishikado) a cimentarsi con un nuovo gioco incentrato su un attacco alieno alla Terra in cui un'astronave umana caricata a laser doveva eliminare tutte le navi nemiche, il tutto con il solo ausilio di un pulsante per fare fuoco e di una leva (o una rotella) per muovere l'astronave.
E' con questa idea banale, ma geniale al tempo stesso, che Nishikado portò il modello di Pong a un livello tecnico ancora più alto e sofisticato, creando per la prima volta un avversario "intelligente" gestito da un processore (in questo caso l'Intel 8080) capace di fare fuoco e di impegnare il giocatore molto più di quanto succedeva nel preistorico scambio di "racchettate" di Pong.
In Space Invaders c'erano solo una schermata fissa in bianco e nero, cinque colonne di navi nemiche (un incrocio tra dischi volanti, ragni meccanici e navicelle spaziali dall'aspetto quanto mai infantile), tre specie di ripari simili a bunker e l'astronave del giocatore, che muovendosi orizzontalmente da un lato all'altro dello schermo doveva distruggere tutti i nemici nel minor tempo possibile evitando che le navi aliene scendessero sulla Terra.
Il resto è storia. Commercializzato come coin-op nel '78 nelle prime sale-giochi di allora (ma presto anche nei bar e nei locali di ritrovo per i giovani), Space Invaders ebbe un tale successo in Giappone che si scatenò una vera e propria mania tra i giocatori di qualsiasi età, con il risultato di un'autentica caccia alle monetine necessarie per farlo funzionare e addirittura di alcuni furti di minorenni disposti a tutto pur di racimolare i soldi per continuare a giocare e a sentirsi per qualche minuto i salvatori dell'umanità.
Due anni dopo Atari comprò i diritti di distribuzione per il suo VCS 2600 e non esageriamo dicendo che senza Space Invaders la mitica console della casa americana non avrebbe avuto di certo lo stesso successo planetario che la consacrò invece come la nuova frontiera del divertimento domestico.
Un'affermazione di simili proporzioni, che ha portato nelle casse di Taito qualcosa come 500 milioni di dollari in oltre vent'anni, non poteva rimanere relegato a quell'irripetibile e pionieristica stagione videoludica, tanto che nel corso degli anni uscirono diverse versioni che sebbene non prive di aggiunte (arrivarono prima le navicelle e poi gli sfondi colorati e infine fu possibile giocare in due contemporaneamente) non tradirono mai quel gameplay contagioso e spudoratamente geniale senza il quale molto probabilmente non avremmo mai avuto Arkanoid, R-Type, 1942, Pang e decine di altri capisaldi del nostro passatempo preferito.
INDIPENDENCE DAY IN FORMATO PIXEL
Così, a venticinque anni dalla nascita del suo cavallo di battaglia, Taito torna sul mercato con questa raccolta contenente nove diverse versioni di Space Invaders dedicate naturalmente solo ai giocatori più curiosi e a chi non vuole a nessun costo mancare l'appuntamento con un pezzo (e che pezzo) di storia videoludica. Possiamo così tornare indietro nel '78 con la primissima versione in bianco e nero, distrarre gli occhi con quella a colori, variare per un attimo inquadratura con Space Invaders 3D o sfidare un nostro amico a chi riesce per primo a distruggere tutte le navicelle nemiche tramite un comodo split-screen. La scelta di ciascuno dei nove titoli avviene all'interno di una stanza con i vari cabinet originali (da quelli piatti alla Pong ai classici "confessionali" alti quasi due metri) e ogni versione può essere giocata con tre diverse inquadrature (normale, inclinata di 45 gradi e da lontano). Visto che si sta parlando di videogiochi preistorici, è inutile parlare di qualità grafica e sonora e in ogni caso non è stato apportato alcun abbellimento alla formula di pixel macroscopici ed effetti sonori primordiali che più di vent'anni fa rappresentava il massimo a cui un videogiocatore potesse aspirare.
Purtroppo le nove versioni sono praticamente identiche tra loro e si sente la mancanza, tra gli altri, di Super Space Invaders '91, il primo della serie a poter contare su fondali dignitosi e su un'interfaccia grafica un po' più curata, per non parlare della discreta versione di qualche anno fa per Game Boy Color, che oltre a permettere di utilizzare due astronavi diverse conteneva anche alcuni bonus e diversi gadget che rendevano il gioco leggermente più vario e attraente. Pur con tutta la stima e la riverenza per Nishikado, giocare oggi a Space Invaders è risultato infatti poco divertente e per nulla longevo; non ci riferiamo naturalmente all'essenzialità grafica e sonora, ma a un gameplay che può divertire giusto per dieci minuti (altri dieci se si gioca con un amico) e proprio per questo risulta poco digeribile una simile operazione-nostalgia da parte di Taito. Ci chiediamo insomma che senso abbia riproporre oggi un titolo così vetusto e limitato quando esistono emulatori e siti Internet che permettono di provare l'emozione di abbattere gli "invasori spaziali" gratuitamente, anche perchè a differenza di altri titoli simili (su tutti Tetris) Space Invaders è quello invecchiato meno bene e vederlo girare su una PlayStation 2 lascia francamente indifferenti. Sul fatto poi che si tratti di un reperto "storico" non ci sono dubbi e qualche minuto di divertimento può ancora regalarlo, ma ci chiediamo quanti saranno disposti a spendere gli euro necessari per averlo tra le mani.